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Sabato, 22 Giugno 2013

PENSIERO D’INIZIO ESTATE: I GIOVANI E IL LAVORO

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Fine della scuola, tempo d’esami. Tra debiti e crediti,scolastici nella fattispecie, si chiude per alcuni, con il rito degli esami, un altro anno scolastico.
Per i giovani che concluderanno il ciclo degli studi superiori, si apriranno scenari nuovi: il lavoro o l’università.

 

Il lavoro, che oggi è merce rara, dovrà essere ricercato con pazienza e dedizione. La facoltà nella quale intraprendere un nuovo ciclo di studi, non avrà bisogno di pazienza per essere individuata, ma di dedizione allo studio per generare, tra qualche anno, il risultato atteso.

 

Che si ricerchi un lavoro o ci si iscriva ad un corso universitario, la condizione di partenza essenziale per operare la scelta migliore, non è data solo dalle legittime e personali aspirazioni di realizzazione, ma dalle opportunità offerte dal mondo del lavoro.
Ovvietà imprescindibili, potremmo dire, in un mercato (quello del lavoro) sempre più attento a specializzazioni e parcellizzazioni del “sapere”. Il “tuttologo” non è più di moda, è lo specialista ad essere il prescelto.

Sempre più spesso anche al termine degli studi universitari di lungo corso (4/5 anni), un master non guasta, meglio se effettuato all’estero, ove aver affinato la conoscenza fluente di una o più lingue straniere, inglese in primis.
Altrettanto sovente però, questa cultura specialistica, queste capacità affinate in corsi e soggiorni esteri, non consentono l’avvio di quel percorso di realizzazione personale, prima che fonte di sostentamento economico, che si era ipotizzato al termine del diploma.

Anche nel nostro Paese, alcuni, con veemenza, sostengono che serve un patto intergenerazionale per dare la possibilità ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, senza rimanere per anni in un sorta di “limbo della dequalificazione professionale”, alla quale si tenta di fornire una  sorta di dignità apparente, promuovendo corsi di formazione su temi e discipline di varia natura.

Il problema è che tra esodati, licenziati e aziende che, subissate dalla pressione fiscale, debbono esternalizzare le loro produzioni, i margini per fare spazio ai giovani restano prevalente appannaggio dei grandi gruppi societari.

A complicare il quadro generale, intervengono altri due fattori:
l’innalzamento dell’età pensionabile sancito dalle normative che, da vent’anni, con varia incisività, ma costante progressione sono state adottate dai governi ed il prolungamento dell’idoneità lavorativa, per le professioni di carattere intellettuale.

In questo quadro generale è veramente difficile per un giovane e per la sua famiglia, operare una scelta per il futuro. Non bastano attenzione e dedizione, ma servono pragmaticità, oculatezza e soprattutto quella capacità di visione futura, che può essere molto spesso solo appannaggio di alcuni.

Servirebbe un progetto pubblico coerente.
Una visione che, come accade oggi, non penalizzi i talenti ed eviti la dispersione di risorse non solo economiche, la cui mortificazione produrrà nel tempo, un ulteriore danno sociale.

Per prevenire questi dannosi effetti e migliorare la situazione presente, non servono patti intergenerazionali di giustizia e solidarietà, per ridare slancio al lavoro e quindi all’economia, ma la messa al bando degli egoismi e della bramosia di guadagno e potere di pochi a danno di molti.

Stefano Radi

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