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    Perché è qui Abdul?

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    Nell’attesa dei pronunciamenti governativi  asserviti ai voleri UE, la settimana appena trascorsa è stata percorsa dalle polemiche verso i sentimenti razzisti, che periodicamente emergono dalla nostra società.

    La presenza di donne con il velo, spesso accompagnate da bambini in tenera età è ormai una costante del paesaggio urbano delle città d’Europa. Sono esempi tangibili delle migliaia di persone di origine araba, che sono venute a vivere nel vecchio continente, spinte, si dice, a lasciare i rispettivi Paesi da fame e guerre, desiderose di trovare lavoro e futuro per la propria vita.

    Ma, dai Paesi arabi, non giungono solo genti prive di mezzi; ad esempio nelle vie del lusso di Monaco, capitale della ricca Baviera è frequentissimo imbattersi in giovani donne, avvolte in vesti lunghe sino ai piedi, dalle quali emerge solo il viso, appetite clienti delle più prestigiose e care boutiques.

    Sappiamo benissimo che anche iI mondo arabo, come il nostro occidente, è composto da Paesi nei quali molto diverse sono le situazioni politiche e sociali, con le conseguenti implicazioni per la conduzione dell’esistenza.

    Tuttavia resta difficile comprendere come persone portatrici di una solida cultura, profondamente differente dalla nostra, che resta ostentatamente palesata anche nell’abbigliamento, possano adattarsi ad un contesto sociale antitetico ai valori della propria, solo in nome di un lavoro, spesso precario e mal retribuito. Più facile comprendere chi passeggia fieramente dotato di borse griffate, poiché il turismo “for shopping” è oggi uno dei passatempi più gettonati in tutto il mondo.

    E’ un fatto assodato che chiunque si trasferisca in una nuova città, assuma più meno inconsapevolmente modi e abitudini tipici della nuova residenza, divenendo spesso fiero dell’integrazione attuata. Solo le culture forti, perché saldamente radicate nella persona, restano inattaccabili dal nuovo contesto sociale.

    Non è quindi difficile comprendere come, accanto a profughi e rifugiati politici, vi siano decine di migliaia di persone che riempiono gli elenchi della disponibilità delle agenzie interinali, apparentemente per propria scelta, ma inconsapevoli strumenti di un disegno più ampio, che impone di porre all’indice come  razzista e intollerante, chi sottolinei l’assurdità di questa epocale migrazione e la conseguente necessità di ottenere per queste persone migliori condizioni di vita nei rispettivi Paesi d’origine.

    E’ all’ombra di quei stessi palazzi di Bruxelles, dove si pretende di decidere mediante l’economia le sorti di varie nazioni del vecchio continente, che questo progetto è abilmente coordinato, tentando d’imporre ad esse la banalizzazione della propria cultura.

    E’ pertanto necessario che accoglienza e tolleranza, assiomi del pensiero dell’Europa migliore, non divengano ostaggio di una minoranza di soggetti, erettisi a tutori del mondo per soddisfare i propri personali appetiti di potere e denaro.

     

    Mirco Cattani

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