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PETROLIO E LIBERTA'

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I recenti avvenimenti dell’Egitto hanno posto in allarme i mercati petroliferi ed hanno provocato un aumento dei prezzi, probabilmente temporaneo.

L’Egitto non è un grande Paese produttore di petrolio, la sua produzione supera di poco i 500.000 barili per giorno, ma quella egiziana è un area dove transitano oltre 3 milioni di barili al giorno, attraverso il canale di Suez ed il parallelo oleodotto Sumed (Suez-Mediterraneo). Questo fa comprendere la ragione della preoccupazione degli operatori del petrolio per l’attuale crisi politica egiziana.

Esistono tuttavia altre potenziali situazioni d’instabilità politica, che potrebbero manifestare i loro rispettivi effetti nel corso dei prossimi mesi. Esse riguardano tre grandi paesi petroliferi, prossimi alla stessa area geografica: l’Iran, l’Irak e la Libia.

Riguardo l’Iran, esso è sottoposto dall’inizio del 2012 ad una condizione sanzionatoria (riduzione degli acquisti di greggio), da parte della UE e degli USA, in ragione del tentativo di questi stati di dissuadere Israele ad intraprendere azioni militari nei confronti delle installazioni nucleari iraniane. Ma, nonostante queste sanzioni siano state efficaci, facendo scendere le estrazioni di greggio iraniano da 3,6 milioni di barili per giorno dell’autunno 2011, ai 2,5 mio odierni, con conseguenze importanti per l’economia del Paese, che ha condotto ad una svalutazione del 30% del valore della moneta nazionale (Rial), le affermazioni all’ONU di settembre 2012 del premier Israeliano Netanyahou, hanno fatto comprendere come a fronte dei probabili sviluppi tecnici iraniani, la linea limite della tolleranza israeliana sia comunque molto vicina dall’essere varcata. Nemmeno la recente elezione del nuovo presidente iraniano Hassan Rohani, è stata recepita come un segnale distensivo per i rapporti ed una opportunità per rilanciare i negoziati sulla questione nucleare.

Quest’ipotesi sembra al momento non imminente, ma qualora ciò avvenisse, le conseguenze sulle dinamiche dei trasporti del petrolio, prima ancora che sulla sua produzione, sarebbero imprevedibili.

Inoltre, in Irak la situazione politica e della sicurezza interna, appare da qualche mese in continuo peggioramento, con una deriva autoritaria del governo in carica ed un aggravamento delle tensioni interconfessionali. In questo quadro la questione delle produzione del petrolio nel Kurdistan iracheno, non è ancora stata risolta e la recente apertura, in settembre 2012, di un oleodotto tra il Kurdistan e la Turchia, non ha certo favorito il miglioramento delle relazioni.

Le conseguenze della tensione politica, si sono ripercosse sulla produzione totale di petrolio iracheno: mentre i mercati si attendevano una crescita del suo volume di estrazione, esso si è ridotto dai 3,35 mio di barili per giorno a 3,2 attuali.

Infine, in Libia è in corso la continua proliferazione di milizie di sicurezza, che non attenuano la catena di atti di violenza in danno della popolazione, dimostrando come il governo centrale, fatichi a controllare efficacemente l’insieme del Paese e, consapevole dell’importanza della propria produzione petrolifera, abbia creato una “Polizia del petrolio”(Petroleum Facilities Guard) dotata di ben 15.000 effettivi, per salvaguardarne le attività.

Nonostante ciò, gli incidenti attorno alle aree produttive sono in costante aumento, influendo in una flessione della produzione, che in giugno ha consentito la produzione di 1,13 mio di barili per giorno, in luogo dei 1,6 mio di barili dell’estate 2012, quando essa aveva recuperato i livelli precedenti la deposizione di Gheddafi.

Stante il quadro generale degli eventi che affliggono questi Paesi, è possibile che per prevenire un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi, l’OPEP ed in particolare l’Arabia Saudita, decidano l’incremento della propria produzione di greggio e che l’Agenzia internazionale dell’energia decida l’utilizzo degli stock strategici.

Sorge a questo punto spontanea una domanda: ma noi, consumatori di petrolio e dei suoi derivati a vario titolo cosa possiamo fare?

In questi giorni su molti giornali francesi è apparso un appello rivolto da uno dei principali propugnatori della diffusione dell’utilizzo dell’auto elettrica. La Francia è il Paese europeo ove essa si è maggiormente diffusa, nonostante il prezzo d’acquisto non sia economico, ma le difficoltà connesse alla ricarica delle batterie, peraltro estremamente semplice nell’esecuzione, sembra abbia trovato varie difficoltà nella diffusione dei punti attrezzati alla sua esecuzione. Serve, si è detto, una forte pressione dell’opinione pubblica, per permetterne il decollo.

Da noi l’auto elettrica sembra sia ancora un’esercitazione teorica, appannaggio di pochi stravaganti fruitori. Essa è ancora, nella considerazione di molti, un mezzo di trasporto del futuro che, forse, mai verrà.

L’auto elettrica esiste in vari progetti ed alcune valide realizzazioni già da oltre un decennio. Dimensioni e prestazioni non hanno nulla da invidiare anche ad una comoda berlina a scoppio, ma non se ne parla e qualora ciò avvenga, essa assume le forme di un prototipo da perfezionare, perché?

In un mercato sovraffollato di prodotti d’ogni tipo e prezzo, ove quotidianamente sono generati nuovi bisogni, talvolta fittizi per il compratore, è importante saper scegliere ciò che è effettivamente utile alla nostra vita e ne migliora la qualità.  Serve soprattutto dare soddisfazione alle proprie reali necessità, specie quando esse divengono fondamentali non solo per l’economia, ma per la preservazione della propria sicurezza e per il benessere futuro….

Stefano Radi

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