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Giovedì, 08 Gennaio 2015

Alla vigilia delle nuove crociate

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Carlo Martello alla Battaglia di Poitiers, nel dipinto di Charles de Steuben conservato al Museo di VersaillesCarlo Martello alla Battaglia di Poitiers, nel dipinto di Charles de Steuben conservato al Museo di Versailles

Non c’è più tempo.

Con la crisi economica ed occupazionale che sospinge sempre più persone a nutrire dubbi e risentimento verso le politiche della UE, impostore politico, più che sovrastato legale; con le insofferenze di piazza alla massiva immigrazione islamica nella cultura occidentale e le difficoltà crescenti nell’infondere efficacemente nell’opinione pubblica idee e visioni funzionali al concetto di “ineluttabilità della globalizzazione”, bisogna addivenire allo scontro di civiltà.

Ovunque in Europa, prendono voce sempre più forte, opinioni che esplicitano il dissenso verso un’Europa del denaro e non delle genti, che, oltretutto nasconde dietro una facciata di ostentata democrazia  e libertà, la volontà di banalizzare l’essenza stessa degli stati sovrani.

Demolizione della famiglia e della sua natura eterosessuale, celata dalla lotta all’omofobia e dall’apertura a nuove concezioni di gruppo familiare e ruolo dei genitori. Riforme della scuola che producono nuove forme d’ignoranza, sacrificando in primo luogo le discipline umanistiche, fondamentali per lo sviluppo critico del pensiero dei giovani. Coercizione delle volontà e delle libertà delle persone in tutti i campi professionali e gli ambiti di vita, artatamente sorrette da slogan promozionanti, sicurezza, uguaglianza e giustizia.

Il quadro è desolante. Sotto gli occhi di tutti appaiono, corruzione ai massimi livelli della politica, assenza di dignità, ingiustizia dilagante e infine una tracotante faccia tosta nell’affermare imposture e vessazioni di ogni tipo, applicate a norma  di legge, che oltraggiano anche il più paziente dei cittadini, stizzito per il villipendio patito dalla propria intelligenza.  

Ma non basta.

Vi sono economie di grandi stati che hanno fatto il loro tempo. Che guardano con rinnovata apprensione all’affacciarsi di nuovi Paesi, che vantano un ruolo di primo piano nel mondo. Le sentinelle poste ai quattro angoli del pianeta ed i sodali incaricati di governare i Paesi maggiormente sviluppati, si rivelano insufficienti e inadeguati, a contenere quelle istanze di dinamico sviluppo e legittima autodeterminazione che animano i popoli.

Ed ecco che in una Francia, grande stato d’Europa, ora caratterizzato da una presidenza stentorea, ai minimi storici del consenso popolare, pressata da una crescente, massiva  disoccupazione, accentuata dagli improvvidi interventi economici della UE, la frizione tra culture accentuata dalle ristrettezze, può costituire un ottimo movente per distrarre l’opinione pubblica dai propri, pressanti, problemi oggettivi.

E’ quindi difficile non leggere con valutazioni estranee a questo quadro l’attacco di Parigi alla sede di “Charlie Hebdo”, innocuo giornalino satirico francese, da leggersi per svago. Non per sminuire il lavoro della redazione, ma indubbiamente “Charlie Hebdo”, occupa uno spazio editoriale ove possono essere smosse le ire e l’indignazione di qualche esaltato islamico, per giunta provvisto della possibilità di perdere il suo tempo in quelle letture, anziché destinarlo ad altre più proficue attività.

La stessa apparizione e sviluppo militare di “ISIS”, nei Paesi ove sono state malamente ed inopinatamente abbattuti regimi politici, che garantivano, per quanto ci riguarda, buoni rapporti economici ed un moderato controllo dei traffici d’immigrazione verso l’Europa, ha del prodigioso. Difficile non considerare la creazione di un apparato militare tanto organizzato e potente, come sconosciuto agli onnipresenti servizi d’intelligence degli stati attivamente interessati all’area del nord Africa.  

Dopo questo grave fatto di sangue, al quale dà maggiore enfasi la gratuita e crudele esecuzione del poliziotto casualmente apparso a fine operazione, nell’area operativa del commando, indipendentemente dalla strategia che ne sia mandante, si pone ora una considerazione:

anche se la nutrita comunità musulmana di Francia condannasse senza appello quest’azione criminosa, sarà comunque per essa difficile provare lo stesso dolore accusato dai lettori di “Charlie Hebdo”.  E questo è il danno.   

 

Stefano Radi

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