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Lunedì, 16 Febbraio 2015

I “paladini” della democrazia

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I “paladini” della democrazia

La convinzione d’essere liberi e di vivere in un’autentica democrazia è oggi profondamente radicata. Tuttavia molti si accorgono che al di là di aver ottenuto solo il 73° posto nella libertà di stampa, nella recentissima classifica stilata da “Reporter senza frontiere”, alcune delle nostre pregresse facoltà d’italiani liberi sono state drasticamente ridimensionate.

Certo, è giusto non porsi al volante di un’auto ubriachi e incoscientemente porre in pericolo la vita propria e altrui; fumare in un luogo pubblico, ledendo la libertà degli altri; essere sorvegliati da telecamere mentre si esegue un’operazione al bancomat o si passeggia nelle vie del centro pedonale. Sicurezza e salubrità innanzitutto. Meno comprensibile per un onesto cittadino, appare l’essere condizionato dalla normativa anti riciclaggio o dover rendere conto al fisco di quanto spende per i fatti propri.

Difficile diviene poi comprendere perché sia opportuno, se non indispensabile, dotare la propria abitazione di sistemi antintrusione, onde evitare che ladruncoli vari vi si introducano di giorno o di notte e ora, specie nelle grandi città, pensare che esiste una concreta minaccia terroristica islamica che incombe sulle nostre vite.

Da un po’ di tempo la sigla “ISIS” ha sostituito “Al Qaida” sulla stampa nazionale, annunciando che l’Italia è un Paese a rischio: perché?

Alla domanda le spiegazioni dei commentatori giornalistici, divengono fumose e incongruenti. Ciò che sappiamo è che sono gli USA ad aver attivato da decenni guerre in Paesi arabi. Conflitti che l’Italia, malgrado la propria disastrata situazione erariale ha sostenuto compartecipando con costosi contingenti militari, indirettamente propedeutici agli interessi economici delle principali industrie nazionali. Le stesse che, beneficiate sotto varie forme dall’assistenza pubblica nazionale, ne influiscono sul destino quantomeno da sessant’anni.

Nei giorni scorsi gli USA hanno varato la “National Securety Strategy”, un documento la cui pubblicazione era attesa da tempo e che vorrebbe attestarne la volontà di individuare mezzi non militari per la risoluzione dei conflitti.

Non a caso, al primo punto è detto che la forza non è la prima scelta degli USA, ma talvolta la loro opzione obbligata. Va ricordato che il budget militare statunitense è oggi superiore a quello di tutti gli altri Paesi del mondo messi assieme, nonostante l’attuale amministrazione abbia voluto imporre la diminuzione delle spese militari.

Al secondo è citato il pericolo interno di rivolta armata. Dopo l’11 settembre la paura del terrorismo instillata nella cittadinanza, ha permesso di sviluppare la sorveglianza sulle persone.

Al terzo vi è il terrorismo transnazionale, che peraltro essi stessi hanno creato e che ora debbono tenere sotto costante controllo, onde evitarne sviluppi contrari alla propria politica. L’ISIS appartiene a questa categoria.

Al quarto vi è la rivitalizzazione della potenza Russa, ritenuta dopo il 1989 un nuovo eldorado e le provocazioni attuate dalla Corea del Nord, contro la quale essi hanno combattuto una guerra non vinta e che pertanto potrebbe essere ripresa.

Al quinto vi è il pericolo dell’eventuale ingresso, quali potenze nucleari, di nuovi stati. Non si pensi all’Iran, ma soprattutto alla Corea del Nord. Poco importa che gli USA non abbiano mantenuto la promessa di denuclearizzare e nemmeno che la NATO serva a violare gli accordi internazionali di non proliferazione del settore.

Al sesto vi è l’evoluzione del clima, che induce intere popolazioni del globo a migrare, minacciando lo status quo geopolitico.

Al settimo, la contestazione crescente del controllo sullo spazio che gli viene attribuita in quanto proprietari di internet ed in grado di disporre di un sistema gigantesco di ascolto illegale. La recente contesa diplomatica con la fedelissima Germania lo attesta.

A seguire il problema del codice di condotta sulle attività spaziali, che è un modo per fronteggiare il progetto russo –cinese di pervenire ad un trattato d’interdizione della collocazione di armi nello spazio.

Ed ancora l’aria ed i mari. Dopo la “Carta Atlantica”, USA e GB si sono autoproclamate “Polizia dell’aria e dei mari”, garantendo la libera circolazione delle merci funzionale all’estensione della loro talassocrazia.

Tra gli obiettivi economici fissati nel documento, al primo punto vi è la considerazione che i cittadini americani non debbono lavorare per ottenere il miglioramento del loro livello di vita, ma per assicurare la potenza economica del Paese.

Al secondo l’emergere di un problema di sicurezza energetica, non paventato dalla scarsezza o dalla difficoltà di approvvigionamento, essi sono oggi eccedentari grazie al petrolio messicano, ma perché la Russia, seguendo il loro esempio, pretende di controllare il mercato mondiale del gas.

Il terzo punto riguarda la leadership in materia scientifica e tecnologica del Paese. Essa non dovrà più affidarsi all’immigrazione di cervelli, che peraltro tende ad affievolirsi, ma scaturire dal proprio sistema scolastico.

Nel quarto punto si prevede che il nuovo ordine economico mondiale, dovrà fare degli USA la prima destinazione degli investimenti del pianeta.

Nel quinto è detto che gli USA debbono utilizzare l’estrema povertà di alcune nazioni del mondo, per imporne i loro prodotti.

Per quanto attiene all’ideologia, gli USA sono e restano irreprensibili in materia di diritti dell’uomo.

Questa espressione dev’essere però intesa nel senso anglosassone, per il quale i dirigenti dello stato sono scelti nelle elites e non tra i cittadini di ogni ordine e grado come previsto dai rivoluzionari francesi secondo i quali il primo diritto dell’uomo e del cittadino consiste nell’essere esso dirigente di se stesso.

Ciò che risulta da questo documento è un’interpretazione molto di parte della democrazia. Una democrazia sotto tutela di innominati illuminati, spesso assisi in molteplici scranni di importanti multinazionali, connesse ad un reticolo d’interessi finanziari enormi, in grado di condizionare attraverso le società di rating anche i governi di Paesi economicamente dinamici, dotati di una tradizione culturale, dalla quale la relativamente giovane America può ancora trarre solo spunto.

Bisognosa infatti sarebbe di nutrire le sue enormi masse periferiche, fatte di nuove immigrazioni, utili per presidiare i nuovi territori di conquista di una finanza mai sazia di lauti guadagni, con la saggezza del pensiero del vecchio continente, da troppi lustri asservito ad istruire maestri di schiavitù.

 

Stefano Radi           

       

 

 

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