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Martedì, 07 Luglio 2015

Se la Grecia uscisse dalla UE?

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Se la Grecia uscisse dalla UE?

La vittoria dei no nel referendum greco ha inasprito i toni tra le due diverse visioni d’Europa, trasversali ai vari Paesi membri, alle classi sociali ed alle fasce generazionali: quella dei ricchi che difendono l’Unione, argomentando sulla sua indissolubilità finanziaria e monetaria, pena il cataclisma economico a danno di lavoratori e meno abbienti e quella delle fasce dei lavoratori produttivi, sempre più consapevoli delle imposizioni sovra governative, che quotidianamente impongono sacrifici economici e limitazioni alla libertà di lavoro. Stanchi della retorica del debito pubblico, essi auspicano sempre più numerosi, il ritorno alla sovranità effettiva degli stati membri.

Dalla classifica predisposta dal FMI relativa al PIL, in rapporto al potere d’acquisto effettivo dei cittadini, emerge che un solo stato membro della UE si trova tra i primi dieci al mondo: è il paradiso fiscale del Lussemburgo. La crescita dell’Unione nel 2014 è stata dell’1,2%, ponendola al 173° posto nel mondo, dove la crescita media è stata del 2,2%.

E’ del resto a tutti evidente come appartenere all’area UE e utilizzare l’euro non siano state garanzie di successo, ma le elites economiche europee sostengono questo progetto perché è a loro conveniente. In effetti, creando un mercato unico e poi una moneta unica, esse hanno “bruciato le carte”. Oggi le differenze tra gli stati membri non si notano più, esse emergono solo tra le classi sociali, che per i “progettisti dell’unione” devono essere standardizzate in tutta Europa.

Ma per spiegare il presente serve il passato e occorre un po’ di pazienza.

A dispetto della retorica il presente progetto di unificazione europea sorse nel 1946, quando Winston Churchill ed Henry Truman si accordarono per dare corso ad un piano redatto dal tedesco Walter Hallstein, per conto del cancelliere Adolf Hitler.

In esso si prevedeva la realizzazione di un’Europa federale, eliminando gli stati e federando le popolazioni in funzione delle varie etnie di appartenenza. Tale consesso politico e sociale, sottoposto alle disposizioni di una burocrazia non eletta, controllata dal governo di Berlino, sarebbe stato guidato dallo stato ariano.

Nel 1958, Hallstein divenne il primo presidente della Commissione europea.

Per realizzare tale disegno politico, furono incaricati l’M16 britannico e la CIA statunitense, che nel maggio del 1948 organizzarono a l’Aia il primo congresso d’Europa, al quale parteciparono 750 personalità eminenti, provenienti da 16 nazioni.

Nel consesso parlò anche Churchill, il quale nel corso del suo applaudito discorso, utilizzò il termine “europei” per descrivere gli abitanti del continente europeo, che si ritenevano anticomunisti, escludendo quelli dell’Inghilterra, che secondo lui non erano dei continentali. In quegli anni, l’appartenenza della GB alla UE non era nemmeno in discussione, ma era ovvio che essa ne avesse la supervisione.

L’elemento principale che emerse dal congresso fu il sorgere di due visioni: quella degli unionisti che volevano mettere in comune i mezzi necessari per evitare il dilagare del comunismo e quella dei federalisti che desideravano realizzare appieno il piano di Hallstein, creando uno stato federale sottoposto all’autorità di un’amministrazione sovrastatale non eletta dai cittadini.

Il congresso pervenne alla necessità di realizzare una moneta unica, ma l’M16 e la CIA avevano già provveduto a fondare la Lega per la cooperazione europea, che più tardi si chiamerà “Lega europea per la cooperazione economica”, i cui obiettivi erano già finalizzati a realizzare, una volta create le istituzioni europee, un’effettiva moneta unica (dopo l’ECU, European Currency Unit, l’euro) in modo che i Paesi aderenti all’Unione non potessero più abbandonarla.

Nell’attuale dibattito sull’abbandono dell’euro da parte della Grecia è questo l’elemento che viene artatamente posto in ombra: i trattati non prevedono l’uscita dall’euro. Per abbandonare la moneta unica essa dovrà uscire dalla UE.

Prima del referendum greco, i media nazionali ed europei si sono profusi in articoli e dibattiti televisivi, per determinare come la Grecia si sia resa responsabile del proprio indebitamento, evitando però accuratamente di approfondirne le ragioni e soprattutto di far affiorare le colpe dei creditori.

Prive di serietà e inaffidabili, se non risibili, apparivano le proposte, peraltro mai descritte, formulate dal governo greco, reo, secondo i dirigenti europei, di violare la validità democratica, asserendo per bocca del Segretario Generale del Consiglio d’Europa Thorbjorn Jagland (lo stesso allontanato dalla giuria per il premio Nobel per supposta corruzione) che:

  • la durata della campagna elettorale sarebbe stata troppo breve;
  • che la stessa non avrebbe consentito il controllo da parte di organizzazioni internazionali, poiché era troppo breve il tempo per predisporne i gruppi;
  • che le domande formulate non erano né chiare, né comprensibili.

La polemica, enfatizzata dalla principale stampa europea, fu stroncata dalla pronuncia del Consiglio di Stato greco, il quale interrogato sui predetti tre punti, si esprimeva positivamente sulla validità legale della consultazione referendaria.

A quel punto, la stampa dominante iniziava a svolgere un’attività di terrorismo psicologico, affermando in varie forme che la scelta del “no” avrebbe procurato all’economia greca un salto nel vuoto.

Ritornando al passato, per spiegare il presente, va detto che l’accordo di Churchill e Truman, per dare corso al piano Hallstein, muoveva non tanto dalla preoccupazione di sedimentare le diverse posizioni ideologiche contrastanti presenti nei principali Paesi d’Europa, nell’intento che essi non fossero più indotti a muoversi guerra in futuro, ma soprattutto a coagulare in un unico costrutto economico-finanziario, dipendente da USA e GB, gli enormi mezzi industriali e culturali di cui l’Europa disponeva, specialmente nel momento in cui, debellata la velleità tedesca, si era rafforzata, proprio a seguito l’esito dell’anelata sconfitta della Germania, la presenza militare in Europa della Russia comunista.

Il processo di “colonizzazione” dell’Europa mediante i trattati ha potuto trovare una forte spinta dopo due importanti eventi internazionali:

  • alla fine degli anni sessanta, la rinuncia della partecipazione al conflitto nel Viet Nam da parte della GB ed il conseguente ritiro delle sue truppe dal Golfo Persico e dall’Asia, sottraendosi alla priorità americana indotta dalle condizioni economiche procurate dallo sforzo profuso nella seconda guerra mondiale, la indussero ad aderire nel 1973 alla UE, nella quale divenne, negli anni a venire, mantenendo la propria moneta e normative difformi ai trattati, una sorta di “Cavallo di troia” dell’alta finanza internazionale, in seno all’Unione;
  • la dissoluzione dell’URSS portò gli USA a divenire i soli padroni del mondo, mentre la GB gli fu di aiuto concreto (si pensi alla prima crisi del golfo ed ai vari interventi da allora succedutisi nei Paesi arabi e non solo), unitamente agli altri Paesi occidentali, obbedientemente inquadrati nell’alleanza atlantica, divenuta inutile organo di difesa comune, supinamente aderenti ai desideri del potente alleato, anche in tema di politica sociale, progressivamente sospinta verso le ineguaglianze.

Il referendum greco ha oggi posto in evidenza la profonda differenza di visione tra le elites europee, finanziariamente connesse agli USA ed ai relativi interessi di controllo mondiale, di cui essi sono strumento militare, che vedono realizzarsi i loro propositi a lungo perseguiti, di un’unione dipendente da una sovrastruttura burocratica e tra le classi dei lavoratori di vario livello, che sempre più numerosi le rigettano.

Gli esperti hanno largamente dimostrato come le crisi del debito pubblico, portate alla ribalta della cronaca europea dopo il 2008, non abbiano soluzione. Ne sono coinvolti anche gli USA ed il tentativo persistente di produrre normative sempre più restrittive in termini di libertà di circolazione del denaro e della libera intrapresa, in nome di un’austerità che però dovrebbe produrre crescita, sia una contraddizione percepita in termini di dilagante insofferenza dalla più ampia opinione pubblica degli stati maggiormente coinvolti.

In una fase delicata del tentativo di mutazione degli equilibri geopolitici internazionali, l’esempio della Grecia potrebbe produrre non solo nuovi emuli, ma conseguenze evidentemente, insufficientemente considerate da parte degli unionisti.

I greci potranno facilmente uscire dalla presente difficile situazione, coadiuvati proprio dall’intransigenza dei vertici europei, connessi agli interessi USA, abbandonando la UE e alleandosi con la Russia partner storicamente e culturalmente più affidabile dei burocrati di Bruxelles. L’interesse di Mosca per le coste greche del Mediterraneo è sempre stato uno dei motivi forti dell’attrito con Londra, padrona di quel mare.

La situazione della Grecia, più che dai trattati UE è resa difficile dal suo ruolo geografico e soprattutto dall’appartenenza alla NATO. Nel 1967, per evitarne l’avvicinamento all’URSS, l’Alleanza Atlantica organizzò un colpo di stato militare, che impose ai greci i suoi voleri per lunghi anni.

 

Stefano Radi

 

 

 

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