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Mercoledì, 03 Febbraio 2016

La democrazia dei corretti

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La democrazia dei corretti

Dallo scorso dicembre a chi, provenendo da sud, capiti di recarsi in Germania, accadrà di perdere molto tempo ai confini. Dopo l’afflusso massiccio di profughi dalla Siria, il governo tedesco ha deciso, apparentemente, di porre un limite all’immigrazione di extracomunitari, che sta invadendo il Paese.

I controlli non sono attuati solo verso le persone i cui connotati somatici ne contraddistinguano inconfondibilmente la provenienza geografica, ma anche nei confronti dei cittadini UE, rapidamente individuabili.

Chi prosegua il proprio viaggio per la regione teutonica, avrà modo di osservare come nelle grandi città e nei più piccoli centri urbani, via sia una foltissima presenza di persone di origine araba. Uomini, ma soprattutto donne vestite con la tradizionale foggia di quei Paesi, intente a far compere e far passeggiare bambini in tenera età. Nelle ore lavorative, questa presenza diviene quasi assoluta, facendo supporre che esse siano l’elemento etnico prevalente. Tuttavia, la presenza di genti provenienti dai Paesi arabi che costeggiano il mediterraneo, non è solo d’attualità, ma, con esclusione della comunità turca da decenni presente in Germania, essa ha almeno dieci anni di ininterrotto incremento.

E’ evidente che tanta gente, di cultura e religione diversa, non può pensare tutta insieme di attraversare mari e monti, in funzione dell’itinerario pianificato, abbandonare il proprio Paese, i propri affetti, le proprie origini, per recarsi in luoghi ove i propri valori sono infondati, luoghi nei quali nemmeno il clima è amico per gran parte dell’anno.

La dimensione epocale di quest’ennesima “transumanza” di genti nel mondo, sta svelando lentamente i propositi e le ragioni che hanno mosso e muovono questa valanga umana verso l’Europa.

La prima e più banale domanda che sorge spontanea scaturisce da un’ovvia considerazione: perché queste persone non emigrano presso i più vicini stati limitrofi, oltretutto affini per cultura, religione, tradizione e clima? Le spiegazioni, fornite all’unisono dalla stampa europea, si antepongono persino alle domande, rendendo evidente come nel rifiuto all’accoglienza di questi profughi da parte degli stati, seppure ricchissimi, abitati dai “fratelli musulmani”, vi siano incompatibilità, pretestuosamente fagocitate.

Sotto la spinta di questa pressione demografica, in grado di turbare oggi e di sconvolgere domani l’intero impianto dell’organizzazione statale del Paese centrale dell’Europa, aperto ai quattro punti cardinali a sette confini politici, il saccente governo europeo, non ha soluzioni che non siano affidabili alla tolleranza ed allo spirito di accoglienza dei cittadini.

Il problema delle immigrazioni dal Medio Oriente, sulla spinta delle guerre civili, che oggi larga saggistica ha svelato alimentate dall’ingordigia economica delle multinazionali, ha sovrastato persino gli acuti scricchiolii provenienti dall’instabilità della casa comune europea.

Questo governo di Bruxelles, che con la sua banca centrale ed il suo potentissimo governatore, ordina e soprintende all’operatività dei governi dei Paesi membri, censurando con minacciosi anatemi pubblici e privati l’operato dei capi di stato, che indugiano nell’attuarne le disposizioni, si dichiara candidamente impotente innanzi a quest’enorme, ultima ondata migratoria, che sta investendo la nazione arbitro dell’economia dell’Unione.

Quest’improvvisa indolenza e povertà d’idee, appaiono persino incredibili, da parte di un consesso politico austero e “corretto” nelle sue modalità operative, che emana disposizioni sulla base di un potere sì legittimamente attribuitogli, ma da semplici trattati, insufficienti per sradicare alla fonte i principi del diritto su cui si fondano le principali norme che regolano la vita degli stati membri. Accordi, siglati da governanti spesso ampiamente censurati dai rispettivi elettorati.

Si tratta di un apparato politico, che alla discussione politica del suo massimo organo, preferisce anteporre la consulenza pragmatica di esperti, opportunamente accreditati, provenienti da università e aziende di grande fama e dimensione. Soggetti presenti nei principali club esclusivi internazionali, dell’economia, della finanza, del pensiero. Sono gli stessi che “suggeriscono” ai megafoni della politica, ai conduttori del gregge, ovvero ai capi di stato, quali siano le priorità e le linee da perseguire per la conduzione dei rispettivi Paesi. Questa prassi si attua, da anni, nella massima apparente correttezza formale.

Il tempo, si sa, tutto svela, anche le più artate e ben celate azioni e nella fattispecie del caso, appare settimanalmente evidente come Frau Merkel, la potente signora a capo della “Große Koalition”, ovvero del coacervo di partiti che governano oggi la Germania impedendo di fatto l’efficiente alternanza politica essenziale per la vita della sua democrazia, sia una sorta di pinocchio. Un “pinocchione” per meglio dire, non certo per riferirsi irriverentemente alle giunoniche misure della signora, ma per quanto essa ha politicamente affermato e attuato, nel corso dei lunghi anni della sua cancelleria.

Una linea politica tendente a conciliare onestà e rettitudine morale, irrinunciabili per i propri concittadini, con gli interessi di quell’alta banca sovranazionale, fortemente insediata nel suo Paese dal 1945, preoccupata del repentino sviluppo della moneta europea e della possibile integrazione politica degli stati membri, oltre che della probabile condivisione di obiettivi comuni con quella Russia, ricca di materie prime, strettamente affine alla cultura ed al pensiero europeo. Un’Eurasia civilmente antitetica alla mentalità anglosassone, lontana dalla visione che prevede lo sfruttamento delle masse a beneficio degli “eletti”, che nella talassocrazia e nel denaro ha i principali strumenti di controllo del mondo.

La pressione sulla Russia attraverso la crisi politica dell’Ucraina, il desiderio di coinvolgere direttamente l’Europa in una nuova guerra, per quanto circoscritta e convenzionale, sono state mortificate dall’iniziativa russa in Siria. Le falsità urlate ai quattro venti dal premier francese Hollande sul conto di un terrorismo islamico, che andava combattuto sul proprio terreno, specialmente dopo l’attentato di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo e quelle fomentate da un’informazione che nuoce oramai gravemente alle persone, privandole della possibilità di farsi un’opinione dei fatti, lasciano il tempo che trovano rispetto all’evidenza degli eventi.

In Siria i russi stanno costringendo la coalizione pro Daesh, ovvero, USA, Nato ed i suoi alleati più o meno occulti, a mutare linea di tiro, trovando una soluzione che lasci al proprio posto il legittimo capo di stato. Quel Assad, unico a non essergli amico e nel contempo a non esserne stato come altri, creatura, rimanendo dopo anni di guerra e con il Paese smembrato, ancora al proprio posto.

Nonostante tutto sia già stato pianificato da anni per la sua rimozione forzata, proprio da un tedesco, da uno dei consulenti più accreditati presso il governo del suo Paese, questo legittimo governante, mai prono verso USA e Israele, difensore della causa palestinese, laico tra i fondamentalisti, che a causa delle sue posizioni politiche dimostra di non voler aderire, si fa per dire, al sindacato dei capi di stato, rappresenta un serio grattacapo per l’ingegneria del potere sovranazionale che pervade il mondo.

Nemmeno le truppe mercenarie, esperte e ben addestrate, al soldo delle multinazionali, agevolate dall’esercito turco opportunamente istruito dall’aspirante sultano Erdogan, sostenute nella loro azione dall’aviazione francese, sono riuscite, neppure dopo molti mesi di guerra, ad aver ragione di un regime descritto dalla nostra stampa come dittatoriale e antidemocratico.

Cosa fare di meglio se non svuotare il Paese, privandolo delle risorse etniche più giovani, inviandole sotto la spinta di una campagna d’informazione ben orchestrata che si avvale dei social network, verso occidente ed in particolare nel centro di quell’Europa, sempre più restia a coinvolgersi negli scenari di guerra via, via, orchestrati nel mondo, alla ricerca di nuovi guadagni immediati e futuri?

L’esodo di questa povera gente, strumentalizzata, dal proprio Paese è un’azione che ha molte utilità per gli organizzatori, ma che costituisce un danno enorme per chi ne è vittima. Le conseguenze, per quanto economicamente onerose e socialmente impattanti, sono infatti oggi pressoché inconsistenti rispetto a quanto produrranno tra uno o due decenni nella società tedesca in particolare ed in Europa in generale.

Tutto però avviene nel rispetto delle leggi vigenti, dei canoni della democrazia, nella correttezza formale caratteristica oggi peculiare dei comportamenti solidaristici, fondamentali nella società civile, imposti anche mediante la pressante, pervasiva campagna di sensibilizzazione nei confronti dei diritti dei “diversi”.

Ogni azione politica intrapresa dai governanti di queste nazioni asservite, non più sovrane, è funzionale alla riuscita di un piano, che ha come obiettivo la trasformazione radicale degli assiomi fondamentali sui quali è stata costruita nel corso degli ultimi tre secoli la nostra società moderna.

La compassata, corretta, cancelliera Merkel, irreprensibile nei modi, si è voluta sbilanciare rispetto al problema degli immigrati, ponendo in gioco l’ampia fiducia accordatagli dall’elettorato tedesco, nel corso di questi anni di ulteriore sviluppo dell’economia nazionale, prima partecipando, nel gennaio del 2015, ad una mal riuscita manifestazione per la tolleranza e contro il terrorismo, assieme al signor Aiman Mazyek, segretario generale del Consiglio dei musulmani in Germania, ma anche autorevole co-leader dei “Fratelli Musulmani”e alcuni mesi dopo, duramente apostrofando le ingenti folle di concittadini che, a più riprese, dalla scorsa estate, hanno spesso espresso la loro contrarietà all’afflusso smodato di fuggiaschi in Germania.

Ora, nel corso di quest’anno, nell’attesa che cambi il presidente USA e che quindi si vadano ad assumere decisioni per futuri scenari di guerra guerreggiata, l’ineffabile governo europeo ha siglato con gli USA l’accordo TTIP.

Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, ovvero secondo i più autorevoli think tank europei, tedeschi in particolare, quell’accordo che prevede, tra l’altro, l’arbitrato nelle dispute legali, consentendo alle aziende coinvolte in contenziosi a vario titolo, di sottrarsi dalle lungaggini della giustizia dei Paesi europei, sottoposti a norme improvvide per le caratteristiche di alcune merci e prodotti, soprattutto alimentari, prodotte da aziende extracontinentali. Insomma, un modo legale e corretto, per aggirare, tra l’altro, l’ostracismo verso gli OGM, manifestato dai cittadini di molti stati del vecchio continente.

I TTIP, sono però presentati dai grandi media come un’autentica opportunità di sviluppo economico per molti Paesi dell’Europa in crisi di lavoro e di nuova crescita. Una sorta di NATO dell’economia a sentire la probabile candidata democratica alla Casa Bianca, Hilary Clinton.

Frau Merkel, si è dimostrata piuttosto tentennante a dar corso a questi accordi e se lo è la Germania, lo saranno molti altri stati della UE, consapevoli della fragilità delle proprie aziende a più elevata qualità produttiva, innanzi alla pressione del gigantismo produttivo anglosassone, finalizzato al business.

Non è certo in nome della qualità dei prodotti e dell’espropriazione ultima e definitiva della possibilità di far impresa per il piccolo imprenditore europeo che la signora teutone si è messa un po’ di sbieco, ma, ancora una volta, in costretto ossequio ad una superstite visione strettamente, filosoficamente, europea, della qualità della vita e dell’importanza del futuro delle nuove generazioni.

Questa passività agli ordini superiori ha avuto una reazione, che ha prodotto lo scandalo Volkswagen. Una questione tecnica che accomuna tutte le principali case automobilistiche di massa, tese a fabbricare molto più che VW, prodotti di qualità insufficiente, ma caratterizzati da prestazioni esorbitanti, spesso parzialmente false, ma positivamente enfatizzate dai prezzolati giornali di settore e quindi acquistate dal sempre più incompetente fruitore.

Le sanzioni alla Russia volute da USA e GB, sono costate circa un milione di posti di lavoro alla Germania. Le aziende stanno consuntivando in queste settimane le perdite, ma molte hanno già dovuto modificare i propri piani d’investimento e ricercare fuori dal Paese luoghi per produrre a basso costo, quel Made in Germany, che è oggi garanzia di qualità su qualsiasi oggetto sia apposto.

In Italia sappiamo bene quanto siano costate in termini di appeal del mercato, le scelte di produrre a più basso costo, prodotti tipici della nostra migliore manifattura. Le conseguenze sono visibili a tutti, in particolare percorrendo le vie delle ex aree industriali del nord est, negli anni 80 e 90 protagonista di quel miracolo di sviluppo industriale, scaturente dall’ingegno e dall’intraprendenza del singolo.

Mentre le “sagge” politiche di austerità imposte da Bruxelles e realizzate dagli ultimi governi ineletti, stanno decimando quanto resta della nostra imprenditoria e delle nostre effettive libertà, con la giustificazione, mai adeguatamente dimostrata della sussistenza di un debito pubblico peraltro nettamente inferiore a quello di USA e Giappone, in Germania, la locomotiva tedesca, facendo leva sul sentimento di colpa fortemente diffuso rispetto alle responsabilità derivanti dal secondo conflitto mondiale e quindi sulla necessità di distaccarne nettamente la memoria storica, sulla scorta di una millantata esigenza umanitaria, si stanno inserendo elementi di destabilizzazione per la serena convivenza.

Le persone però, dapprima indifferenti, poi tolleranti, quindi preoccupate, iniziano ora ad attivarsi, con presenze numerose nelle vie e nelle piazze delle città tedesche, esternando la loro contrarietà alla linea di pensiero della cancelliera.

Quanto le rozze avances a fine sessuale, attuate da alcuni gruppi di immigrati alle donne di Colonia, Stoccarda ed altre città tedesche a capodanno siano state frutto di un’improvvida iniziativa di maschi esagitati, oppure coordinate al fine di una mirata azione di provocazione sociale, finalizzata ad altri fini, non è dato oggi sapere.

Meglio si comprende come il movimento PEGIDA (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente), fondato non a caso a Dresda, accreditato da un recentissimo sondaggio del 18 gennaio scorso del 17% dei consensi tra gli elettori tedeschi, sia uno strumento finalizzato a “canalizzare” il vasto, latente sentimento, che alimenta gli iscritti ed i simpatizzanti dei temuti e vituperati partiti della nuova destra. Un sentimento che, diffuso nei land dell’ex DDR, ha portato alle ultime elezioni europee alla nomina di un rappresentante al parlamento europeo, mancando, per un soffio, l’elezione di un secondo parlamentare.

Pegida, avvicinandosi le elezioni politiche del 2017 e innanzi al problema degli immigrati extracomunitari, assomiglia, seppure con le debite differenze, al nostrano Movimento 5 Stelle, sorto come reazione alla politica partitica, rivelatosi poi elettoralmente un efficace contenitore del dissenso di destra e sinistra, non più adeguatamente interpretato dai rispettivi, logori partiti. Anche Pegida diverrà certissimamente un partito. Lo si comprende dall’attenzione critica, ma costante, dedicatagli dai media nazionali.

Oggi il marketing pervade la nostra vita. Si immettono nel mercato nuovi stimoli e mode e immediatamente emergono i prodotti ed i servizi per soddisfarli. Modernità, sensibilità commerciale, tempestività imprenditoriale?

Solo un profano può crederlo.

Fortissima è invece l’assonanza con le modalità di proposizione dei problemi posti all’ordine del giorno della vita pubblica, della politica internazionale, delle norme e delle riforme legislative in particolare, che ci vengono proposte come utili per la sicurezza, per il benessere presente e futuro, mentre avvertiamo quotidianamente la netta restrizione delle libertà fondamentali, l’espropriazione della riservatezza delle informazioni inerenti la persona, la sottrazione, per legge, della tutela dei nostri legittimi interessi, ad opera di banche, finanziarie e soprattutto la disdetta unilaterale e retroattiva delle pattuizioni contrattuali da parte dello Stato. Tale è stata la riforma delle pensioni.

Questo è lo Stato in Italia. Il consesso di sintesi della sovranità del singolo e di garanzia della sua libertà, come la recentissima approvazione del bail-in da parte del nostro governo ha ancora una volta dimostrato. Sopra ad esso un’Europa che i cittadini onesti non vogliono. Che rigettano non perché come asseriscono i media è più tedesca che italiana, francese, spagnola o svedese, ma perché è un sovrastato privo di un’identità che non scaturisce da intenti comuni, sanciti da una costituzione che sintetizzi le aspirazioni dei suoi membri e disponga le linee guida per le sue norme, per leggi che sappiano rappresentare gli interessi di tutti.

La misura è colma ovunque ed ora, forse, tra i primi ad andarsene ci sarà la Gran Bretagna, rimasta nel corso di tutti questi anni nella UE con la sua sterlina, con la sua guida a sinistra, con le sue molte norme “correttamente” restrittive delle libertà personali, unicamente protesa a ricevere dal consesso europeo i benefici economici accordati alla sua latitudine. La stessa nazione che nell’attuale emergenza fuggiaschi, ha sbarrato le proprie frontiere già in Francia, candidamente dichiarando che un afflusso eccessivo di rifugiati nuocerebbe alla convivenza delle persone nella propria società.

E’ un’Europa che, come un’associazione priva degli intenti che la dovrebbero animare per statuto ha avuto due tipi di soci: coloro che facevano e lavoravano per la sua costruzione e quelli che beneficiavano unicamente dei servizi e delle opportunità. Questa è la democrazia dei “corretti”, ovvero degli inutili, di coloro dai quali ci dovremo prima o poi, finalmente, liberare.

 

 

Stefano Radi

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