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Domenica, 27 Novembre 2016

Napolitano, ancora tu?

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Napolitano, ancora tu?

Il senatore a vita Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica, è sempre fra noi: parla, pontifica, ammonisce.

di Stefania Elena Carnemolla

Napolitano, ancora tu? Il senatore a vita Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica, è sempre fra noi: parla, pontifica, ammonisce. È agitato, Napolitano. Anche quando ha vinto Donald Trump s’è agitato, perché se non vince chi speri possa vincere, allora il suffragio universale fa schifo. Avesse vinto lei, Hillary Clinton, quella che nei Balcani serbi e filoserbi chiamano il “demonio”, sarebbe stato il trionfo della democrazia, ma ha vinto il palazzinaro di New York, quello col ciuffo fake, e allora al bando il suffragio universale.

È agitato, Napolitano, perché la sua ultima creatura vive ormai di vita propria, come la creatura del dottor Frankenstein fuggita un giorno dal laboratorio nel bosco per poi vagare di villaggio in villaggio andando a terrorizzare la gente, che è poi l’equivalente della teoria di Jim Messina, guru di Renzi, dell’andare a bussare a casa degli italiani per convincerli a votare sì al referendum.

Deluso dalla sua creatura – quel Renzi da Rignano sordo, discolo, indisciplinato, irrispettoso del suo creatore – Napolitano, ossessionato da un’eventuale conquista M5S del governo del paese, all’improvviso è contro l’Italicum. “Rispetto a quando questa legge elettorale è stata confezionata e approvata” ha detto, ospite a Porta a Porta “molto è cambiato nel contesto politico. Arrivare a vincere il ballottaggio con il tuo buon 29%, magari su chi ha avuto il 28% dei voti e ottenere la maggioranza in Parlamento non credo che vada bene”, confermando, in buona sostanza, che la legge era stata cucita dal Pd, che già si sentiva vittorioso, sulla propria pelle, ma che, ora che il vento politico è cambiato, non va più bene.

Un po’ come il suffragio universale: se vincono gli amici, è il trionfo della democrazia, in caso contrario, è il male assoluto.

Nell’attesa, l’emerito ha agitato il fantasma dello spread, un trucco, dettato dalla disperazione, che sa di muffa, con il londinese The Economist che, con l’appello al no al referendum, ha ora buttato giù il suo castello.

Tratto da Megachip Globalist

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