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L'esposizione universale del 1942 e la tomba del sentimento nazionale italiano

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L'esposizione universale del 1942 e la tomba del sentimento nazionale italiano

La storia dell'Italia contemporanea è la storia di una scommessa finita male, di un sogno spezzato: l'ambizione di trasformare gli Italiani in un popolo. Il risorgere dei localismi e dei municipalismi e, addirittura, il nascere dei secessionismi, è la conferma di questa sconfitta e di questo radicale fallimento.

Anche se oggi il discorso non piace, è impossibile separare la storia del Risorgimento dalla prima guerra mondiale, dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale: non esiste frattura, nella nostra storia, fra patriottismo e nazionalismo, fra guerre di liberazione e guerre di espansione, fra liberaldemocrazia e imperialismo.

La seconda guerra mondiale è stata una guerra d'indipendenza, come e più delle altre: e in ciascuna di esse è stata l'Italia ad attaccare. Realizzare l'unità del paese; garantirsi i confini strategici; infine, assicurarsi una autonoma sfera vitale, svincolata dalla tutela di potenze straniere: queste sono le tappe successive di un solo disegno, organico e unitario, e rispondente ad una logica ben precisa: criticabile fin che si vuole, ma ineccepibile sul piano strategico.

Gli uomini del Risorgimento, Gioberti e Mazzini in testa, erano convinti di una missione universale dell'Italia, nonché di una superiorità morale degli Italiani in Europa e nel mondo; ed erano convinti che bisognasse fare gli Italiani attraverso il perseguimento di un grande disegno comune, il disegno nazionale, appunto.

Sia la prima guerra mondiale, sia il fascismo, possono essere interpretati come il tentativo di accelerare tale processo, di fare gli Italiani attraverso il fuoco della lotta comune. Quasi tutti gli intellettuali interventisti, nel 1915, vedevano in quest'ottica la partecipazione italiana al conflitto: realizzare, nel sangue delle battaglie e nel cameratismo delle trincee, quel sentimento nazionale che la classe dirigente liberale non era riuscita a costruire, né prima dell'Unità, né dopo. E molti intellettuali di formazione liberale che poi aderirono al fascismo, a cominciare dal più prestigioso di tutti, Giovanni Gentile, la pensavano esattamente allo stesso modo: si trattava di fare gli Italiani attraverso una passione comune, vissuta con senso religioso e quasi mistico.

Benché il Paese fosse povero di materie prime, appesantito dal retaggio di un groviglio di storie locali tormentate e pressoché inconciliabili, oltre che dal divario crescente fra Nord e Sud, la classe dirigente italiana mirava a fare dell'Italia una grande potenza, con diritti pari a quelli delle altre potenze. Pensava, anzi, che essendo l'Italia uno Stato giovane, come la Germania e il Giappone, essa avrebbe avuto il futuro davanti a sé; mentre le «vecchie» potenze imperiali, Gran Bretagna e Francia, erano inevitabilmente avviate sulla china della decadenza.

L'adesione al Patto Tripartito nasce da qui. L'alleanza firmata a Berlino, il 27 settembre del 1940, fra i rappresentanti della Germania, dell'Italia e del Giappone, prevedeva la reciproca collaborazione per la realizzazione della vocazione imperiale di queste tre potenze, giunte in ritardo sulla scena internazionale, precisamente fra il 1860 e il 1870, e relegate dalle vecchie potenze imperiali in un ruolo subalterno. L'Ungheria, la Romania, la Slovacchia, la Bulgaria e la Jugoslavia aderirono in un secondo tempo, nel ruolo di alleati minori.

Quello fu, indubbiamente, il punto più alto raggiunto dall'Italia nella sua storia, in termini di potenza e prestigio internazionali.

Mussolini giocò il destino del Paese su quella carta: e, checché ne dicano i signori del senno di poi, fummo a un passo dal conseguire un successo clamoroso. Se il Giappone non avesse interpretato quel trattato in chiave puramente opportunistica, e se, nella primavera successiva, avesse lanciato una offensiva contro l'Unione Sovietica, anche di raggio limitato, quasi certamente Mosca sarebbe caduta in mano ai Tedeschi nel dicembre 1941, la seconda guerra mondiale avrebbe avuto un altro sviluppo, e noi racconteremmo oggi una storia diversa.

Mussolini, però, nel 1939 non riteneva che la guerra fosse imminente. Si può dire quel che si vuole della sua errata valutazione degli eventi, ma resta il fatto che in molti la pensavano come lui. Hitler, al momento della firma del Patto d'Acciaio (22 maggio 1939), aveva dato assicurazioni verbali che la Germania non intendeva scatenare un confitto prima di qualche anno. Il Duce pensava quindi che, fin verso il 1942, l'Italia avrebbe avuto il tempo di prepararsi, reintegrando le scorte belliche esaurite dalle guerre di Etiopia e di Spagna.

Per il 1942, anzi, egli aveva pensato, o meglio, approvato, fin dal 1935, il progetto di Giovanni Bottai per una grandiosa Esposizione Universale da tenersi a Roma, e che avrebbe dovuto esaltare tutti gli aspetti della civiltà italiana, simboleggiando l'ascesa dell'Italia al rango di grande potenza. Si sarebbe eretto un gigantesco arco di alluminio, che sarebbe stato l'emblema visibile della nuova grandezza imperiale dell'Italia: qualcosa che avrebbe dato orgoglio nazionale agli Italiani, come la Tour Eiffel l'aveva dato ai Francesi (pur non essendo stata progettata per questo, ma, al contrario, come una struttura di carattere temporaneo).

I migliori architetti, ingegneri, urbanisti, furono chiamati a collaborare al progetto, che Marcello Piacentini presentò ufficialmente nel dicembre 1936. Dal punto di vista architettonico, doveva essere una celebrazione dello stile neoclassico o «romano», con ampio utilizzo del marmo bianco e del travertino per una profusione di archi, volte e colonne, allo scopo di conferire monumentalità all'insieme; ma anche con numerose concessioni al razionalismo moderno. Insomma, avrebbe rispecchiato in pieno la natura stessa del regime che lo aveva voluto e progettato: una strana mescolanza di innovazione e di conservazione, di slanci futuristi e di ritorni alla più solida delle tradizioni, quella classica.

Furono spese somme enormi, pure avendo scartato, dopo lunghi studi, due ubicazioni più spettacolari, ma eccessivamente dispendiose: quella di Ostia e quella della Magliana; e avendo ripiegato, per così dire, sulla località Tre Fontane, più vicina al centro di Roma, e con un terreno dalle caratteristiche più favorevoli.

Scrive il saggista tedesco Jens Petersen, nato nel 1934, ottimo conoscitore delle cose italiane e dei rapporti storici italo-tedeschi- autore, fra l'altro, del libro «Hitler e Mussolini. La difficile alleanza» (1975) -, nel suo saggio «Quo vadis Italia?»  (titolo originale: «Quo vadis Italia? Ein Staat in der Krisen», Oscar Becck, München, 1995; traduzione italiana di Gerhard Kuck, Laterza, 1996, pp. 26-28):

«….L'edificio più notevole per l'esposizione universale che doveva tenersi a Roma nel 194, il "colosseo quadrato" (come lo chiamano beffardamente i romani) porta sul lato orientale un'iscrizione in lettere scolpite alte diversi metri : "Un popolo di eroi, di poeti, d artisti, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori". Sono parole di Mussolini . Si tratta di uno dei pochi residui delle sue citazioni, dei suoi slogan, e dei suoi motti che a centinaia di migliaia, durante il fascismo, si incontravano lungo le strade e alle manifestazioni politiche.

Sarebbe interessante studiare le sensazioni e i pensieri dei passanti che oggi leggono quelle parole. Esse reclamano in modo perentorio il primato storici, culturale e morale degli italiani come fu rivendicati da Vincenzo Gioberti già all'inizio del Risorgimento  e come venne formulato ripetutamente durante il XIX e XX secolo.

Il progetto di questa esposizione universale dimostra più di ogni altra cosa il nazionalismo integrale che caratterizzava, all'epoca, vasti strati della società italiana. L'ambiziosa impresa fu discussa fin dal 1935. Ufficialmente deliberata alla fine del 1936, essa avrebbe dovuto tenersi nel 1942 in occasione del ventennale del regime.  Con un bilancio preventivo di più di 2 miliardi di lire, con un terreno a disposizione di più di 400 ettari, e con le 50 esposizioni e i 350 convegni programmati,  si trattava d un'iniziativa che nel nostro secolo e nel suo genere, fu forse la più dispendiosa, in ogni caso la più ambiziosa. Un arco ellittico di alluminio, alto più di 200 metri, doveva tendersi su tutto il terreno, per diventare il simbolo della nuova epoca come a suo tempo il Crystal Palace o la Torre Eiffel. Ci si aspettava, per questa "Olimpiade delle civiltà", per lo meno 20 milioni di visitatori. L'Italia voleva, davanti al mondo, rivendicare il primato e dimostrare il suo futuro di grande potenza imperiale. Praticamente tutto doveva venire esposto: l'antichità, l'arte, la musica, il teatro, il cinema,  l'artigianato, la scuola e l'università, le comunicazioni, la tecnica, l'industria, l'agricoltura ecc. Come eventi culminanti erano previste le esposizioni sull'autarchia, sul sistema corporativo e sulla "Civiltà italiana". Si progettava per la lunga durata, in quanto molte delle esposizioni  dovevano essere trasformate poi in musei.

L'Esposizione Universale di Roma (Eur) non venne mai realizzata. Nel 1942, l'Italia stava per essere sconfitta militarmente, il fascismo stava crollando.  Il terreno rimase, dopo il 1945, un campo spettrale di rovine.  Negli anni Cinquanta l'Eur fu completata, in parte secondo i vecchi piani e sotto la vecchia direzione, ma con il nuovo obiettivo di dar vita a una città giardino e a una città amministrativa. Accanto ai palazzi colonnati di travertino e di marmo, costruiti nell'epoca fascista, si erigevano le costruzioni di cemento armato e di vetro dei nuovi tempi. Da questa "piccola Brasilia dell'Agro romano" viene oggi governata e amministrata una parte considerevole d'Italia. Alcune gare delle Olimpiadi del 1960 si svolsero qui.

Il progetto, nella sua versione fascista, fu messo al bando, dopo il 1945, come espressione megalomane di una politica di potenza d'orientamento nazional-fascista. L'opinione pubblica, guarita dalla febbre nazionalistica, vedeva adesso nelle costruzioni la concezione di un'architettura di potere, caratterizzata da un monumentalismo vuoto, diretto a disciplinare e a sopprimere l'individuo.

Con la storicizzazione del fascismo e con le esperienze dei nuovi tempi il rande progetto appare oggi, parzialmente, i un'altra luce. Ciò vale per l'architettura stessa, dove il postmodernismo con la sua riscoperta della colonna, dell'arco, della volta e dell'architrave apre la strada a una nuova considerazione delle polemiche degli anni Trenta fra "tradizionalisti" e "razionalisti". Non è più sostenibile la contrapposizione diffusa dopo il 1945 tra l'architettura positiva, razionalistica e "antifascista", e quella negativa, tradizional-fascista.  Come le fonti dimostrano, quasi tutti coloro che vi erano coinvolti, hanno sperato, fino alla guerra, di ricavare fama e soldi da questo progetto architettonico-artistico, di gran lunga il più grande nell'Italia degli anni Trenta.

Dagli archivi dell'Eur emerge oggi un intero capitolo, non scritto, della storia dell'arte italiana con molti nomi insigni.  Quasi tutti quelli che avevano rango e nome, hanno partecipato, con progetti  a volte di grande qualità, ma caratterizzati "da un forte, e talora quasi insopportabile, complesso di primato" (Eugenio Garin).»

L'Esposizione Universale del 1942 non si tenne, dunque, a causa delle vicende della seconda guerra mondiale; e, al termine di essa, il grandioso progetto languì, fino a quando non venne ripreso in chiave minore, ossia come realizzazione di una città giardino e di un polo universitario.

La sconfitta militare e l'umiliazione del sentimento patrio, consumatasi con le vicende culminate nell'armistizio dell'8 settembre del 1943, trasformarono quello che doveva essere il teatro sfarzoso del rinato orgoglio nazionale e il simbolo di una nuova epoca storica, nel malinconico cimitero dei sogni infranti e delle speranze deluse. Così come l'Esposizione non si fece mai, l'orgoglio nazionale era caduto nella polvere, proprio nel momento in cui stava per ridestarsi: e gli Italiani non si sono mai ripresi da quel trauma, continuando a scontarne le conseguenze fino al presente.

Mentre il nazismo e il comunismo furono, per la Germania e la Russia, dei totalitarismi che vollero sovrapporsi allo Stato e assorbire in sé il sentimento nazionale, il fascismo si propose, al contrario, di creare un sentimento nazionale che non esisteva, o che era ancora allo stato embrionale; e fallì. Per questo la Germania si è ripresa con tanta forza, dopo una sconfitta militare di proporzioni catastrofiche; mentre l'Italia, materialmente assai meno provata, non si è più ripresa dalla disfatta morale. L'8 settembre non è stata la morte della patria, bensì la morte del tentativo di creare una patria.

Si dirà che l'era dei nazionalismi è finita, e che non è davvero il caso di rimpiangere il fatto che il nazionalismo italiano sia abortito sotto le bombe e le macerie della seconda guerra mondiale; tanto più che dal crollo del fascismo è nata la Repubblica democratica, che ha ridato libertà e dignità al nostro Paese.

Chi afferma queste cose, opera una semplificazione inaccettabile e una distorsione della realtà, sovente in mala fede.

Punto primo: l'epoca dei nazionalismi non è affatto finita, né al livello delle grandi potenze (Stati Uniti, Cina), né delle potenze medie e piccole o piccolissime: possibile che la tragedia della Bosnia non abbia insegnato a quei signori a riflettere un poco, prima di parlare e di pontificare su un mondo che non esiste?

Punto secondo: il nazionalismo è una fase necessaria nella vita di un popolo, senza il quale non si costruisce l'identità nazionale. Non sarà sempre una cosa bella, ma è una cosa indispensabile, se ci si aspetta di vedere «un volgo disperso che nome non ha» trasformarsi in un popolo. L'umiliazione e la disfatta del nazionalismo italiano che, con la conquista dell'Impero, stava muovendo appena i primi passi, è stata un danno irreparabile al consolidamento del sentimento nazionale: come le vicende recenti e recentissime ci mostrano e ci confermano, ogni giorno.

Punto terzo: la Repubblica democratica del 1946 ha ridato libertà e dignità all'Italia solamente nella vuota propaganda dei suoi interessati sostenitori. In realtà, quelle stesse classi dirigenti e quello stesso malcostume diffuso dell'uomo della strada, che avevano portato al fascismo, alla guerra e alla disfatta, trovarono il modo di riciclarsi e di rifarsi una verginità democratica, sovente all'insegna di un camaleontismo tanto cinico, quanto spregiudicato.

La caduta del fascismo e, poi, la sconfitta del 1945 (anche se camuffata, ad uso interno, da vittoria: ma non la pensavano così gli Alleati, che ci imposero la punitiva pace di Parigi), non produssero alcun autentico rinnovamento, bensì il ritorno di quelle stesse clientele, di quelle stesse logiche di parrocchia e di potere, di quello stesso malcostume sociale e culturale, che si erano insediati all'interno del fascismo e vi avevano trovato la nicchia ideale per prosperare, all'insegna dell'egoismo privato e del disinteresse per il bene comune.

Si dirà che, in questo modo, vogliamo demolire il valore storico e morale della Resistenza. Ebbene quel valore è stato enormemente sopravvalutato; e, quel che è peggio, è stato trasformato in un mito costruito ad arte, per giustificare cinquant'anni di sprechi, corruzione, malaffare, e persino collusione tra politica, amministrazione, economia con la malavita organizzata.

Se gli Italiani, come i Tedeschi e i Giapponesi, fossero rimasti uniti, anche nella sconfitta, invece di scatenare una guerra civile all'ombra delle baionette straniere (come sempre hanno fatto nella loro storia), non solo oggi sarebbero molto più rispettati e considerati nel mondo, ma avrebbero rafforzato il proprio sentimento nazionale. Non è stata la sconfitta a farlo abortire, ma il fatto che la sconfitta abbia avuto luogo secondo modalità così obbrobriose: prima col voltafaccia dell'8 settembre, poi con la guerra civile, in cui una parte degli Italiani ha demonizzato l'altra parte, ed ha continuato a farlo ancora per molti decenni, dopo la fine di quella tragedia.

Come ha scritto, in maniera impeccabile, Cesare Pavese, nel romanzo «La casa in collina»:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche morto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.»

Nel 1945, dunque, si è consumata una doppia menzogna: che ad essere sconfitto fosse stato il fascismo, e non l'Italia; e che tutti gli Italiani, o quasi tutti, fossero sempre stati antifascisti, e che, con la Resistenza, avessero preso le armi contro un regime che era sempre stato minoritario, sgradito e disapprovato.

Con la prima menzogna, l'Italia ha fatto finta di credere di essersi trovata dalla parte giusta della barricata, ossia dalla parte dei vincitori, al termine del conflitto; mentre, in realtà gli Alleati, e specialmente la Gran Bretagna, ne decretavano l'asservimento e la perdita «de facto» dell'indipendenza.

Con la seconda, classi dirigenti e popolo si sono autoassolti da tutte le complicità e da tutte le responsabilità relative ai venti anni della dittatura, e hanno ricominciato tranquillamente a fare quel che facevano prima: tirare a campare, facendosi gli affari propri, e tendendo l'orecchio per udire tempestivamente eventuali scricchiolii, in modo da essere pronti a saltare sul carro del prossimo vincitore, in qualsiasi momento.

Altro che rinascita dello spirito nazionale, altro che rinnovamento.

Del resto, come sarebbe possibile rinnovarsi, senza aver avuto prima il coraggio di fare onestamente i conti con il proprio passato, con le astuzie da quattro soldi, con le inveterate vigliaccherie, che hanno portato l'Italia alla catastrofe dell'8 settembre 1943?

Francesco Lamendola

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