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Domenica, 19 Ottobre 2014

Avremo il contributo al posto del canone TV? In evidenza

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Tra le varie forme di governo di una nazione, quella democratica, di cui vanno fiere principalmente le democrazie occidentali, è sempre stata accreditata delle maggiori garanzie di tutela delle libertà personali.

La nostra, scaturita dopo la seconda guerra mondiale, fondata su una Carta costituzionale che oggi è da molti considerata eccessivamente accondiscendente, è quotidianamente violata da decreti legge, emessi da un governo che, pur disponendo direttamente o per effetto di alleanze indotte dalla situazione politica, della maggioranza dei voti necessari per far approvare qualsiasi norma, ricorre, grazie alla fattiva complicità del capo dello stato, al dispositivo d’urgenza del decreto legge.

Se aggiungiamo che al vertice è stato posto un soggetto che nessun cittadino ha eletto alla carica, ne ricaviamo che attualmente, in Italia, della democrazia parlamentare sia rimasta solo la parola.

In questo contesto assistiamo frequentemente agli annunci di riforme normative, che nulla portano a beneficio della popolazione, ma anzi all’aggravio della situazione economica delle famiglie più deboli, delle imprese più piccole e di quanti desiderino, nello spirito di quanto solennemente sancito dalla stessa Costituzione, intraprendere un lavoro o svolgerlo senza vessazioni di carattere personale o fiscale.

Dopo l’annuncio del beneficio degli ulteriori 80 euro mensili, provenienti dalla rinuncia dei lavoratori dipendenti all’accantonamento del TFR, assisteremo al probabile proclama dell’eliminazione del canone RAI.

Il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico, sta mettendo a punto una nuova tassa che sarà definita “Contributo RAI” che sarà dovuta da tutte le famiglie, anche da quelle che non hanno la TV, la radio, internet e usano solo carta, penna e calamaio.

Nel progetto che potrebbe essere annunciato dall’ineffabile premier, nelle prossime settimane, è prevista una forbice tra i 35 e gli 80 euro, che sarà calcolata sul reddito, ma anche sui consumi e altre variabili. In tal modo, finalmente giustizia sarà fatta degli attuali evasori del canone TV, valutati nel 27%.

La TV e la radio pubbliche, pur fregiandosi dell’attributo, in realtà sono aziende che oltre ai discutibilissimi palinsesti, in termini soprattutto di qualità e finalità dei programmi proposti, propinano ore e ore di spot pubblicitari a lauto pagamento, al punto da creare le condizioni per un ricco mercato per canali privi dell’onnipresente pubblicità.

Il parolaio annunciatore di riforme, bene farebbe a provvedere affinché fosse riassestato il settore della comunicazione, non solo pubblica, moralizzandone la gestione e qualificandone l’offerta, rendendo quindi la TV e la radio, strumenti di effettiva comunicazione, informazione e cultura.

Un servizio pubblico di buon livello, epurato delle sciocche trasmissioni ora propinate, dei finti litigi tra arroganti personaggi assurti all’onore della ribalta, esclusivamente per la valenza indotta dal tubo catodico e dall’indolenza degli ascoltatori, riscuoterebbe consensi e con essi il rispetto e la convinta volontà di corrispondere un corrispettivo per un autentico servizio reso.

Ma questa è utopia. Siamo nell’era della meschina furbizia eretta a virtù e della dittatura vestita da democrazia. Tutto però praticato con la “correttezza” formale, prevista dalla legge.

Sin che dura.

 

Mirco Cattani

    

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